Castello di Rocca Calascio, Parco Nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga, Abruzzo (© carlo alberto conti/Getty Images)
Tra le creste silenziose dell’Appennino abruzzese, quando l’autunno comincia a sfiorare le pietre con dita d’ambra, Rocca Calascio si lascia intravedere come un miraggio di pietra e vento. A oltre 1.400 metri di altitudine, il castello veglia da secoli su vallate che si tingono di rame e oro, sospeso tra cielo e terra come un pensiero antico.
Non fu reggia, ma sentinella: torre d’avvistamento, poi fortezza, poi rovina. Ha visto passare pastori, baroni, terremoti e silenzi. Ha ascoltato il suono lontano delle greggi, il passo lento dei pellegrini, il sussurro delle nevicate. Eppure, è rimasta scolpita nel tempo come una parola che non si dimentica. Ai suoi piedi, il borgo si è svuotato piano, lasciando spazio al respiro della montagna e a chi cerca storie da ascoltare nel fruscio delle foglie.
Oggi, quando il sole cala dietro Campo Imperatore e l’aria si fa sottile, Rocca Calascio non racconta: suggerisce. Perché certi luoghi non si visitano, ma si attraversano. E certi silenzi non si spiegano, ma si abitano. E in quel silenzio, ogni pietra sembra custodire una promessa: quella di restare, anche quando tutto cambia.